Recentemente, durante la discussione del disegno di legge sulle liste d’attesa, la Commissione Bilancio del Senato ha respinto due emendamenti per il rilancio dei programmi di screening mammografico con la motivazione di mancanza di fondi. Lauro Bucchi, epidemiologo del Registro tumori della Regione Emilia-Romagna, propone una riflessione sulla priorità degli investimenti e delle risorse nei programmi di screening mammografico in Italia.
Il 19 marzo 2025, durante la discussione del disegno di legge sulle liste d’attesa, la Commissione Bilancio del Senato ha bocciato due emendamenti (molto simili) presentati dalle senatrici Daniela Sbrollini (Italia Viva) ed Elena Murelli (Lega) che prevedevano la realizzazione di un programma sperimentale, della durata di tre anni, per il rilancio dei programmi di screening mammografico. La senatrice Sbrollini aveva già presentato, nello scorso mese di dicembre, una mozione che impegnava il governo ad adottare le azioni necessarie per completare l’estensione dei programmi di screening per il cancro della mammella nella fascia d’età 45-74 anni, come previsto dal Piano nazionale della prevenzione 2020-2025, e a realizzare campagne informative per ridurre le differenze regionali.
Gli emendamenti sono stati respinti perché, come motivato dalla Sottosegretaria Sandra Savino (Ministero dell’Economia e delle Finanze), il fondo che doveva essere utilizzato per finanziare le proposte contenute nei due emendamenti, per un totale di 18 milioni, non aveva le necessarie disponibilità a causa di spese pregresse. Giova ricordare che, in precedenza, erano già stati respinti altri emendamenti volti al potenziamento delle attività organizzate di screening mammografico e all’estensione dell’età-bersaglio. Uno di questi conteneva una stima di spesa di ben 135 milioni, che alcuni organi di stampa hanno ritenuto molto più realistica nonostante il fatto che non vi fossero inclusi i costi degli esami di approfondimento.
Negli scorsi 10 anni, secondo il rapporto Ons 2022 che è consultabile su questo sito, l’estensione dello screening (% di donne in età da screening che vengono invitate personalmente per una mammografia) è cresciuta, sia pure lentamente. Dopo la caduta del 2020 per effetto della pandemia, l’indicatore si è portato oltre il 90% nel Centro-Nord e ha toccato il 70% nel Sud e nelle Isole. Per le donne di 45-49 anni e 70-74 anni, l’offerta è molto più bassa e molto più diseguale geograficamente. Nel 2022, in particolare, è stato invitato solo un quarto delle donne più giovani. Tra quelle più anziane, tuttavia, la proporzione è salita al 40%. Questa differenza, che può sembrare poco verosimile, si può interpretare facilmente. Alle donne di 70-74 anni è concessa una sorta di precedenza perché stanno per uscire dall’età utile per essere invitate. La maggior parte delle mammografie disponibili, che sono insufficienti, sono riservate a loro per questa ragione.
Il problema delle risorse è, notoriamente, un ostacolo all’aumento dell’estensione dello screening mammografico. La polemica politica che è seguita alla bocciatura degli emendamenti delle senatrici Sbrollini e Murelli, inevitabilmente imperniata sul tema delle priorità degli investimenti, non è materia per il sito dell'Ons. Tuttavia, e malgrado l’esito sia tuttora nullo, l’attenzione che i parlamentari di diversa collocazione politica dedicano alla necessità di un rifinanziamento dei programmi di screening mammografico deve essere apprezzata. Per parte nostra, l’Ons e il Gisma continueranno a informare gli operatori, le autorità sanitarie, la società civile, il Parlamento e il Governo sull’incompleta diffusione di queste attività di sanità pubblica.